mercoledì 26 febbraio 2014

ROTTAMATI. IL BACKSTAGE DEL TRAPPOLONE TESO A RENZI


 
Una sceneggiatura scritta in anticipo e pregna di teatralità La nemesi dei due rottamanti eccellenti si è consumata davanti ad un’aula tutt’altro che sorda e grigia, ma partecipe come un coro della migliore tragedia greca pronto a farsi protagonista con i suoi applausi per sottolineare la distanza dal giovane cittadino Renzi.
Nei giorni precedenti al discorso di investitura del loro giovane nemico, Bersani e Letta si erano visti, parlati e accordati. Appuntamento a Montecitorio: all’ora del caffè, ma non per un caffè. Per una cicuta da servire con lo stile del grande comunicatore fiorentino. Carpendone i segreti, studiandone le mosse; per schienarlo, come abili judoka, sfruttano le armi predilette di Renzi: la sicumera e Twitter.
Il primo piano-sequenza parte con l’ingresso in scena di Bersani. «Sono qui per fare il mio doppio dovere: votare la fiducia e abbracciare Enrico Letta. Ma non è ancora qui...». Bersani cinguetta verbalmente con i giornalisti, ma il premier ancora in pectore ne è ignaro. Non lo ha ancora visto.
Quando Bersani entra in aula, il battimani, figlio della cultura berlusconiana dell’entertainment, che ormai si applica dai funerali ai matrimoni, scatta in tutti gli scranni. Matteo Renzi si alza prende Bersani alle spalle e lo abbraccia, ma l’ex segretario elegantemente si svincola, concedendosi ad altri abbracci più graditi. Renzi, qui entra in gioco la sicumera preventivata dai due rottamati, si lascia andare subito ad un tweet tanto dulcineo quanto improvvido: “Grazie a Bersani per essere in aula oggi. Un gesto non scontato, per me particolarmente importante. Grazie”. Twitter gli si ritorce subito contro. Come previsto dai due rottamati. I giornalisti rilanciano subito che Bersani è lì per il premier toscano, ma non quello di Firenze, per l’ex di Pisa. Questo Renzi, però, ancora non lo sa.

Nemmeno il tempo di sedare l’emozione che, meglio che in un film di Truffaut, va in scena il secondo piano sequenza. Enrico Letta entra dalla porta dei deputati di centrodestra. Perché? Semplice. Da lì può sfilare davanti ai banchi del governo, ma – scena madre – senza degnarlo di uno sguardo. Concedendo solo, a Graziano Delrio che gli porge la mano, un tocco leggero e fuggente. Tutt’altro che una stretta amicale. Con passo lesto e sicuro si dirige verso Bersani, che ignorando la seduta in corso, lo attende in piedi. L’abbraccio concordato, plateale e prolungato strappa l’applauso, questa volta solo a sinistra. Il premier deposto non va a sedersi fra i banchi del suo partito ma su una poltrona delle commissioni.  
A fine seduta, si gira l’ultimo piano sequenza con la Boldrini - forse complice, forse ignara correa – che dà il «bentornato» a Bersani, strappando all’aula il terzo applauso, di nuovo bipartisan. Bersani in trionfo lascia l’aula e mena l’ultimo fendente: «Questo governo non ha tra le sue qualità migliori l’umiltà e gli obiettivi vanno definiti meglio ». E ancora: «non mi è piaciuto questo percorso che ha lasciato delle tracce non banali».
A fine serata, Matteo Renzi maestro della fabul-politica, capisce che i due rottamati hanno costruito un trappolone mediatico, in cui è incautamente caduto. La regia? Chi lo sa. Il colmo sarebbe che fosse di Chiara Geloni, bersaniana di ferro, rottamata pure lei dalla direzione di Youdem, dopo il suo attacco alle neorenziana Marianna Madia.

Nessun commento:

Posta un commento