La polizia indaga e scopre, la magistratura ogni tanto sequestra, lo stato quasi mai rende fruttuoso l’impegno delle forze dell’ordine. Dal 1983 ad oggi sono state confiscate quasi duemila aziende alle mafie italiane. Solo il 20% è ancora produttivo. Sei su dieci sono in liquidazione, un altro 10% è già fallito. Le altre aziende rischiano fallimento e liquidazione e ormai non sono più produttive. L’analisi è del centro Transcrime, una collaborazione dell'università Cattolica di Milano con l’università di Trento.
“Abbiamo pagato amministratori perché
facessero fallire le aziende invece che mantenerle" attacca il prof. Ernesto
Savona direttore di Transcrime. Poca gestione manageriale e troppa burocrazia:
questi due elementi combinati insieme hanno portato a questa pessima
situazione. Oggi l'approccio è burocratico e non manageriale. Se la gestione
fosse affidata a manager piuttosto che ai commercialisti come accade ora, si
potrebbero già vedere dei risultati”. Secondo il direttore del centro studi in
questo modo si perde il valore sociale del riutilizzo di un bene e si ottiene
come unico effetto la perdita di posti di lavoro. Secondo i dati di Transcrime,
in media la liquidazione sopraggiunge dopo tre anni dalla confisca definitiva,
che in alcuni casi richiede anche 15 anni. “Così - commenta Savona, il
direttore del centro - ci perdono tutti: lo Stato che non incassa le tasse e
non rende produttivo il bene e soprattutto i lavoratori che perdono il
posto".
Di chi è la colpa di questa situazione
disastrosa? Una parte ricade su una gestione del bene fatta dall'Agenzia
nazionale per i beni confiscati, nell'occhio del ciclone dopo che il direttore
Giuseppe Caruso, negli ultimi mesi, ha sostituito alcuni dei più noti
amministratori giudiziari nominati dalle sezioni “Misure di prevenzione”.
Il prefetto Caruso non si difende, passa
all’attacco e rincara la dose: “I patrimoni sottratti alle mafie sono un
tesoro che vale quanto una Finanziaria, di sicuro oltre 30 miliardi di euro:
più di 11.000 immobili e 1.700 aziende dislocati per l’80 per cento tra
Sicilia, Calabria, Puglia e Campania”. Un patrimonio che per l’85% resta
inutilizzato, imbrigliato dalla burocrazia, da lacune legislative e da
comportamenti sospetti. Due miliardi, secondo “Blitz Quotidiano”, sono dimenticati
nelle cassi di Equitalia.
«I beni confiscati – accusa il prefetto
- sono stati considerati “beni privati” da alcuni amministratori giudiziari che
li hanno considerati come fortune sulle quali garantirsi un vitalizio. Parcelle
d’oro di amministratori giudiziari che sono anche presidenti dei consigli di
amministrazione delle aziende confiscate, patrimoni gestiti per decenni dalle
stesse persone senza che il bene o le società vengano assegnati o liquidati. Per
Caruso la proposta di vendere i beni va vista “solo come soluzione residuale”.
Per una soluzione diversa dalla vendita
all’asta è anche il prof. Savona: "Dovremmo rendere l'approccio ai beni
confiscati razionale e non ideologico” eliminando il tabù della vendita
all'asta dei beni confiscati, che siano immobili o aziende "così
aspettiamo che il bene diventi decotto e non sia più produttivo”.

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