giovedì 10 aprile 2014

ECOMOMIA. L’EUROPA DEL CALCIO DA CARTELLINO ROSSO ALL’EURO


Un anno fa Angel Merkel sfruttava la passarella della finale Bayern-Borussia per dimostrare all’Europa la strapotenza del modello eurotedesco. Meno di 12 mesi dopo, i no euro del calcio si prendono una clamorosa rivincita piazzando 7 semifinaliste su 8 nelle coppe europee.
Il calcio è uno specchio e anche un termometro della realtà sociale, civile e economica. La bistrattata Spagna porta le due madrilene, l’andalusa Siviglia e il Valencia – capitale delle crisi spagnola – nell’olimpo calcistico, lasciando a casa il Barcellona orgoglio della Catalogna più europeista.
Sul o sotto il 45 parallelo, che segna il confine fra il nord e il sud del nostro emisfero, ci sono pure Juventus e Benfica. La Juve è la squadra della FIAT, oggi FCA. La società che ha scelto il dollaro come moneta di rilancio e la sterlina come valuta di riferimento portando la sua sede legale a Londra (e in Olanda). Il Benfica ha come presidente Luís Filipe Vieira, un imprenditore con interessi cosmopoliti che mal sopporta l’euro come valuta per i suoi affari.
Il Manchester United è come la regina e la sterlina uno dei simboli dell’orgoglio britannico. In una nazione che ha dimostrato come la crisi si possa battere anche senza essere legati alla BCE, alle politiche deflattive e repressive di Bruxelles, Stasburgo, Francoforte e Berlino
Solo il Bayern, che significa Baviera ovvero il ventre molle della Germania, rappresenta la zona euro. Tutte le altre federazioni, Olanda, Danimarca, Finlandia, Austria, Francia, Belgio e così via dell’Europa rigorista sono fuori. Un bel cartellino rosso. Le economie del calcio. Molto più complesse, spesso, di altre aziende produttive o del terziario hanno dimostrato che anche l’Europa del sud, l’Europa senza euro, l’Europa delle ricette alternative alla Merkel sa essere vincente.
Questa volta il calcio di rigore si batte sotto il 45 parallelo, parla latino e non ama l’euro

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