“Nel continente nero / Alle falde
del Kilimangiaro / Ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli / il
più famoso è l'Hully-Gully Hully-Gully Hully-Ga... / Siamo i Watussi / siamo i
Watussi /
gli altissimi negri / ogni tre passi ogni tre passi facciamo 6 metri”. Lo cantava Edoardo Vianello negli anni Sessanta. Prima del politically correct. Ancora prima i legionari fascisti alla conquista dell’Etiopia intonavano “Faccetta nera / Bell’abissina / Aspetta e spera / Che già l’ora si avvicina”.
gli altissimi negri / ogni tre passi ogni tre passi facciamo 6 metri”. Lo cantava Edoardo Vianello negli anni Sessanta. Prima del politically correct. Ancora prima i legionari fascisti alla conquista dell’Etiopia intonavano “Faccetta nera / Bell’abissina / Aspetta e spera / Che già l’ora si avvicina”.
Secondo qualche cuor contento
quindi Vianello sarebbe un bieco razzista perché chiama negri i Watussi e i
fascisti del maresciallo Graziani invece sarebbero rispettosi cantori della
correttezza linguistica.
Il paradosso mette in luce la
povertà intellettuale, linguistica e semantica dei sinistri genitori dei
brigatisti e dei nonni degli odierni centri sociali.
Tutto nasce dall’importazione
acritica del temine, dispregiativo, “nigger”
di uso yankee. Certo che ad Haarlem, negli altri ghetti o nel profondo
sud americano “nigger” ha valore di offesa. Ma “colored” o afroamericano che
senso hanno da noi? Definireste colorato un vostro amico negro? O peggio
afroamericano un signore che arriva dalla Nigeria? A proposito, a che tipo di
imbecille verrebbe in mente di dire “neriano”, anziché nigeriano o chi altri
ribattezzerebbe lo stato del Niger in Nerus? E dei padri comboniani di Nigrizia,
che ne dicono questi imbecilli della linguistica d’accatto? Che sono beceri razzisti
perché non hanno riformato il nome della loro benemerita fondazione in Nerizia?
Domande retoriche. Tutt’altro che
retorica la risposta. In italiano la parola negro/a non ha alcuna connotazione
razzista o dispregiativa. Definisce un insieme di popoli di discendenza camita,
come il termine bianco/a si riferisce alle popolazioni indoeuropee. Negro
deriva dal latino niger, che significa nero, ma oggi l’aggettivo nero è
connotativo del colore, mentre il termine negro – nei secoli - si è
specializzato sul fronte razziale. A differenza di bianco o giallo che sono
rimasti indifferenziati.
È il contesto a dare il senso alle
parole. Muso giallo è offensivo come dire “bianco di merda”. Il contesto può
anche essere manifestato dal tono della voce. Quando nel corso di una lite mi
rivolgo al mio interlocutore con: “ehi bello!” non voglio certo esprimere un
complimento. Così come quando dico: “bravo, bravo!” a chi ha appena fatto un
disastro.
Allora basta con questo buonismo
veltroniano tardo comunista del cazzo.
Un sincero abbraccio a tutti i miei amici: negri e
bianchi(il mio amico Barnabas)

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